Mindfulness e Azione Impegnata

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), è una nuova scuola, mindfulness-based, che fa parte di quella che viene definita la “terza ondata” della terapia cognitivo comportamentale.

Secondo questo modello, la maggior parte dei nostri problemi non deriva dalle sensazioni spiacevoli che la vita ci riserva, ma dai nostri tentativi di evitarle, e in questo senso la soluzione è il problema.

In pratica, l’ACT ci prepara e ci allena a sviluppare l’Accettazione, partendo dal presupposto che tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. Per Accettazione non si intende sopportazione, un supino adattamento a tutto ciò che non ci piace, ma un vitale e consapevole contatto con la propria esperienza. Ci insegna inoltre a non fonderci con i nostri pensieri, prendendoli come oro colato. 

Per Mindfulness si intende un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in oriente attraverso varie forme di meditazione. Attraverso tali tecniche si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a vagare con la mente, nel passato o nel futuro. L’invito è ad uscire dalla propria mente ed entrare nella propria vita intraprendendo azioni impegnate in direzione di quelli che sono i propri valori. Quando si è coinvolti nella lotta contro i problemi psicologici spesso si mette la vita in attesa, credendo che i propri problemi debbano diminuire, prima di iniziare nuovamente a vivere. 

La pratica della Mindfulness ci suggerisce di spegnere l’ “interruttore della lotta”. Quando è acceso, lotteremo contro qualunque dolore fisico o emozione penosa che ci capiti. Vedremo qualunque malessere come un problema, e faremo di tutto per eliminarlo o evitarlo.

Supponiamo di provare ansia. Se l’interruttore della lotta è acceso, quell’emozione sarà per noi inaccettabile.

Se l’interruttore della lotta è spento, quando compare l’ansia non è un problema. È spiacevole e non ci piace, ma non è niente di terribile.

Con l’interruttore spento, ciò che proviamo è un livello naturale di dolore fisico o emozionale, che dipende da chi siamo e dalla situazione in cui ci troviamo. Viene definito «dolore pulito» e, in un modo o nell’altro, la vita ne ha per tutti. 

Ma quando ci mettiamo a combatterlo, i nostri livelli di dolore aumentano rapidamente, e questa sofferenza ulteriore viene definita «dolore sporco».


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